La Piramide del Lusso, secondo Danielle Allérès, ha alla sua base il “Lusso di serie”; ne fanno parte tutti quei prodotti che in ragione del prezzo e del canale di distribuzione, sono facilmente accessibili ad un gran numero di appassionati.

A metà altezza, troviamo ciò che inizia ad essere possibile, solo per pochi fortunati, in virtù del loro prezzo alquanto elevato e per le difficoltà di reperimento, tanto che i negozi su strada e quelli on line, ne hanno una disponibilità nel tempo più limitata. A ricompensare il sacrificio per l’attesa, vi è la possibilità di adattare l’oggetto dei desideri, entro certi limiti, ai propri gusti e preferenze.

Al vertice della piramide, si colloca, infine, il lusso inaccessibile, quello relativo agli oggetti prodotti in pochissimi esemplari, talvolta unici, sempre più spesso realizzati su commissione; in tale contesto l’assegnazione al cliente è, evidentemente, molto selettiva ed il prezzo, spesso elevatissimo, non rappresenta un problema; anzi il cliente lo individua come una conferma della qualità ed il giusto corrispettivo per assicurarsene l’esclusività.

Questa classificazione della Allérès, mi dà lo spunto per parlare dell’Alta Gioielleria, che s’inserisce sia ai medi, che ai massimi livelli della “sua” piramide. Fino agli inizi del nuovo millennio, era possibile individuare uno spartiacque tra le Maison che si collocavano al top e quelle che offrivano una produzione, rivolta ad una clientela più ampia. Da qualche anno non è più così; le loro collezioni, collocate nell’alveo magico dell’Alta Gioielleria, pur mostrando preziosità di ogni tipo, hanno una scala di valori, sia in termini di qualità che di prezzo, a mio avviso, troppo segmentata. Non è raro, infatti, trovare modelli con versioni che si differenziano, esclusivamente, per le caratteristiche dei materiali utilizzati (qualità delle pietre o del metallo) con un disegno che, sostanzialmente, si ripropone, con una certa monotonia.

Difficile pensare a mancanza di fantasia; più probabilmente, invece, si tratta di scelte di natura pratica: gli investimenti molto consistenti sull’idea di base, cedono il passo all’opportunità della “semplice variante” così, nel tentativo di ricalcare il successo che ha avuto un determinato modello, se ne ripropone una o più versioni, con buona pace di chi, con l’acquisto, desidera almeno mantenere, per lungo tempo, la magia che solo un oggetto unico, può donare. Se proviamo, infatti, ad analizzare le motivazioni d’acquisto che stanno dietro all’Alta Gioielleria, ci accorgiamo subito che un’eventuale idea di investimento e, quindi, di mantenimento nel tempo del relativo valore, è da scartare. Vano sarebbe, infatti, il tentativo di rivendere, al proprio gioielliere di fiducia, un monile ad un prezzo che sia più o meno uguale a quello pagato, magari pochi giorni prima. Molto spesso, non è neppure il tentativo di “sfruttare” l’occasione che si presenta al rivenditore, ma è oramai prassi consolidata “far pesare” l’eventuale reso, anche in virtù dell’oggetiva difficoltà di ricollocare sul mercato un gioiello usato; questo perché il concetto del “come nuovo”, non dà, evidentemente, lo stesso senso di appagamento del “primo possesso”.

Prima di intrattenervi con i possibili scenari dell’Alta Gioielleria, che possono presentarsi da qui a qualche anno, provo a ritornare indietro nel tempo; questo piccolo viaggio, che riporta alla luce i fasti di epoche remote, mi sembra utile: nel passato ci sono sempre i segni del divenire, siano essi rappresentati da oggetti, che da persone o da situazioni.

La corona, più di ogni altro simbolo del passato, ha sempre avuto un forte richiamo al rango reale, ma anche alla gloria celeste. Sicuramente, se ci fosse stata la nostra stessa percezione dell’idea dell’Alta Gioielleria, la corona ne avrebbe rappresentato la massima espressione. Quelle che il famoso orafo Nitot Choumet, realizzò in occasione della Consacrazione imperiale di Napoleone I e di sua moglie Giuseppina di Beauharnai, tenutasi il 2 dicembre 1804, erano due gioielli veramente eccezionali: diamanti, rubini, smeraldi, cammei ed altre preziosissime gemme, tutte incastonate in sontuosi strumento d’investitura. Da notare che alla cerimonia, Giuseppina si presentò con un diadema adagiato sulla fronte, incastonato con diamanti, taglio brillante, chiaro riferimento all’eleganza aristocratica, ma non certo all’emblema imperiale, riservato unicamente alla potenza simbolica della corona.

Andando ancor più indietro nel tempo, icona di incomparabile bellezza e preziosità, è senza alcun dubbio, la corona ottoniana del Sacro romano impero, che nella sua versione più nota, fu realizzata nella prima meta del 900 per il re Ottone I. La corona, con una forma arcaica ed una pianta ottagonale, è costituita da otto piastre d’oro, decorate da 144 perle e da altrettante pietre preziose di forma tondeggiante. Le gemme sottintendono alle virtù imperiali: gli zaffiri alla saggezza e all’illuminazione divina, gli smeraldi alla fede e alla capacità di trasmetterli. Ai rubini, va il compito di simboleggiare la carità ed infine alle perle l’associazione dell’idea di Cristo.

Forse un po’ troppo, anche per ciò che, nella sua massima espressione, può rappresentare oggi l’Alta gioielleria. Ma, evidentemente, ciò che allora contava, era mettere da parte la palese dicotomia che esiste tra l’essere divino e la forza del potere, con una presenza simbolica dell’uno, attraverso pietre rare e preziose, a supporto e a giustificazione dell’altro, per l’esercizio dell’impero. La corona è anche modello di gloria celeste: l’incoronazione della Vergine, uno dei temi più ricorrenti della pittura rinascimentale, rappresenta il simbolo della sovranità, ovvero la qualificazione dell’azione di Cristo nel trasferire l’investitura dal mondo profano a quello spirituale. Le gemme, in questo caso, danno un messaggio mistico, altamente spirituale.

Il primo anello gemmato, si racconta, fosse quello che Prometeo fu costretto a portare per sempre, in ricordo della punizione che gli fu inflitta da Giove, per aver sottratto il fuoco agli dei ed averlo donato agli uomini. Lasciando subito da parte la mitologia, per dare un’idea di come esso fosse importante sia come segno distintivo, che per testimoniare i legami matrimoniali o, più in generale, le predilezioni affettive, occorre riferire che durante l’impero romano, era consentito ornare con diversi anelli, le falangi di tutte le dita della mano, tranne il medio, perché ritenuto indegno; il dito più amato era considerato, invece, quello anulare. Questa preferenza si rafforzò nel medioevo, con la credenza che da questo dito passasse una vena diretta al cuore. Ecco perché, ancor oggi, portiamo all’anulare la fede nuziale, suggello universalmente riconosciuto, dell’amore coniugale. La donna che avesse avuto il privilegio di portare, intorno al 1500, un anello con un rubino, lo avrebbe fatto, oltre che per adornarsi e per ostentare il proprio ceto sociale, anche per rappresentare l’emblema delle proprie virtù di carità e d’amore.

Un ultimo cenno per un oggetto che dal lontano passato, nel corso dei secoli, fino ad arrivare ai giorni nostri, rappresenta una forma di ornamento onnipresente nell’universo femminile. Mi riferisco all’orecchino, che già ricorrente nell’antico Egitto, pare addirittura collocabile come utilizzo, nell’epoca della scoperta dei metalli. Oggetto, quindi, con una lunghissima storia, diventa dettaglio di primo piano, in numerose opere pittoriche di inestimabile valore artistico: la dea Venere di Tiziano con un orecchino di perle, quale riferimento alla sua origine marina o come il quadro di Jean-Étienne Liotard, che nel ritrarre Maria Teresa d’Austria, in una veste non ufficiale, evidenzia un orecchino che ella porta al lobo dell’orecchio destro, tutto in diamanti, pietre che più di ogni altre, rappresentarono nel settecento, lo status di eccellenza proprio dell’aristocrazia.

Con un pizzico di dispiacere, concludo qui la mia disamina, su ciò che in passato, potesse rappresentare l’Alta gioielleria. Tralascio, quindi, collane, diademi, catene, enseigne (spille ornamentali maschili), pomander (piccoli contenitori di epoca rinascimentale, divisi in spicchi apribili per contenere spezie ed essenze) e tanti altri monili che, ancor oggi e chissà per quanto tempo ancora, daranno luce al volto di una donna e saranno specchio, con lo scintillio delle proprie pietre, di sguardi attenti e luminosi. Mi è rimasto un compito e lo faccio, con una sorta di macchina del tempo. Provo a spostare l’indice del “timeline” sull’anno 2020; sono solo dieci anni da oggi e spero di non scrivere a sproposito, su ciò che sarà allora l’Alta gioielleria. L’Apertura di nuovi punti vendita tradizionali delle grandi Maison cesserà, di fatto, a partire dal 2015; questo, a mio parere, per due ragioni principali.

La prima, è da ricercarsi nel raggiungimento del “tetto fisico” delle superfici commerciali, proprio in relazione all’obiettivo più naturale che esse si pongono e cioè vendere. I negozi dedicati all’Alta gioielleria, iniziano ad essere presenti un po’ dovunque. Gli investimenti necessari per realizzare le lussuosissime aree ad essi riservati, sono abnormi; i costi di rinnovamento e di gestione, risultano essere sempre più alti. I margini di guadagno (ancor oggi abbastanza ampi, per la verità), iniziano ad assottigliarsi, complice anche una situazione economica internazionale, non certo favorevole, con un onda lunga negativa che, verosimilmente, interesserà gli anni a venire.

La percezione di una crisi, vera o presunta che sia, condiziona, in modo significativo, anche chi può ancora permettersi un oggetto classificabile come di Alta gioielleria, tanto che l’uscita dalla gioielleria “senza acquisto”, un tempo rarissima eccezione, è diventato oggi un evento piuttosto frequente. Ed ecco che il ricorso alla quotazione sul mercato borsistico, quale strumento di ricapitalizzazione diventa, per molte aziende, un passo obbligato. E chi sono gli investitori? Molto spesso gli stessi clienti che sono usciti dai loro negozi “senza acquistare”, che scommettono sulla tenuta di valore delle azioni e che ne ritengono sufficiente la redditività, tutto questo per poter dire nei salotti bene, “sono anche io proprietario di”.

La seconda ragione, è da ricercare proprio nelle incoraggianti indicazioni, che il consuntivo delle vendite on line dell’anno appena trascorso, ha mostrato. Secondo Bain & Co., infatti, i ricavi riconducibili agli eCommerce di lusso, nel mondo, rappresentano circa 3,6 miliardi di euro, pari al 2,35% del totale. Cosa significa questo? Che le grandi Maison, possono tirare un sospiro di sollievo ed iniziare a considerare l’apertura di un eCommerce, alla stessa stregua di un negozio tradizionale, con tutti gli evidenti vantaggi in termini economici e finanziari.

Vi è, poi, un aspetto di cui ritengo utile parlare, anche se, in assenza di riscontri oggettivi, deve essere considerato come una semplice impressione. Ho individuato una sorta di scrupolo di coscienza, in chi può permettersi di acquistare un oggetto d’Alta gioielleria, tanto da volerlo fare, sempre più spesso, in anonimato; forse sulla considerazione, che è meglio non palesare le proprie possibilità al popolo dei “milleduecento euro al mese”. Ed ecco che inizia ad essere sempre più gradito, anche per questo motivo, il canale internet che, attraverso gli eCommerce, può soddisfare questa esigenza di riservatezza. L’eCommerce, in questo contesto, sempre più richiesto, è capace di garantite le stesse emozioni di un negozio tradizionale, attraverso descrizioni approfondite degli oggetti, molto spesso così emozionanti, da far “toccare” con le parole un prezioso gioiello e farlo “vedere”, con le immagini appropriate, come se fosse da vicino.

In questa direzione, si stanno muovendo anche siti di eCommerce di Lusso on Line indipendenti, come www.iovogliolaluna.it, in grado di offrire tutto questo, con diverse categorie di prodotti; non solo Alta gioielleria, ma tanto altro, in ogni caso, tutto ai massimi livelli. Si va, quindi, da gioielli preziosissimi ai tappeti orientali, dagli apparecchi fotografici agli accessori di moda, dagli orologi agli strumenti di scrittura, dalle opere d’arte all’arredamento, riferibili a marchi noti e, il più delle volte, relativi a produzioni limitate; si può, insomma, acquistare ogni oggetto del desiderio, finalmente in tranquillità, rilassati, quando e come si vuole, senza la presenza di un addetto alle vendite che, seppur gentile e premuroso, prima o poi, solleciterà l’acquisto. Ciò, che un tempo più lasciava spazio a perplessità, non ha più motivo di esistere: la paura di non ricevere il prodotto che si è ordinato e pagato, è di fatto svanita. Questo per un semplice motivo: “l’aggiungi al carrello” è sempre più spesso preceduto da un contatto telefonico e da un esame preventivo dell’organizzazione che, effettivamente, sta dietro ad un eCommerce.

La trasparenza dà i suoi frutti ed è interpretato come un chiaro segnale di affidabilità, come pure la veste giuridica di un eCommerce, che ha il suo peso, affatto trascurabile; se, infatti, la proprietà è riferibile ad una società di capitali che si sarà anche preoccupata di mettere in rete, le informazione di natura gestionale che la riguardano, allora si avrà la certezza di avere a che fare con persone, che lasciano poco spazio all’improvvisazione. L’esposizione delle condizioni di vendita, che non necessitano della “traduzione” di un esperto in questioni legali per essere comprese, rappresenta, sicuramente, un ulteriore segnale positivo.

A questo punto, lascio da parte le previsioni di natura strutturale, che ho voluto fare sull’Alta gioielleria, per provare ad immaginare non solo nuovi modelli, ma anche le situazioni di carattere ambientale, ad essi correlati che, per certi aspetti, risultano essere anche più importanti. L’ho detto prima, l’orizzonte temporale di riferimento è il 2020, ma ritengo che ciò che sto per dirvi, possa verificarsi anche prima.

Oggigiorno, le occasioni di incontrarsi tra amici che si riconoscono come appartenenti “all’alta società”, sono quasi del tutto scomparse. Le feste organizzate in splendide ville d’epoca, occasioni migliori per mostrare splendidi gioielli, sono oramai un ricordo. Sono state sostituite col tempo, dai “locali alla moda” che, particolarmente in estate, offrono l’illusione di far parte di un mondo esclusivo. La verità è che basta acquistare il ticket d’ingresso per farne parte. Non sono un habitué di locali notturni, ma non mi risulta che a questi eventi si incontrino persone che indossano gioielli di alta gamma; vuoi per una questione di sicurezza, vuoi per una questione di moda. Nei “locali” non si indossa l’Alta gioielleria, perché è poco “indicata”; il bisogno di distinguersi che poi, inevitabilmente, diventa necessità di uniformarsi, viene appagato, magari da una potente auto per arrivare al punto d’incontro (ma quella, poi, la si deve lasciare subito al parcheggio) o dagli abiti che, molto probabilmente, avranno molto poco sia di principesco che di regale.

Necessariamente, quindi, quelle ville d’epoca a cui facevo cenno prima o, perché no, anche ambienti più moderni ma, rigorosamente di classe, dovranno essere utilizzati nuovamente in ragione della loro funzione principale, e cioè quella di invitare e di accogliere. Va da se, infatti, che questi luoghi, sono i più adatti per ricreare la magia di un tempo; e quale migliore occasione un classico ballo, per mostrare un meraviglioso vestito e con esso muoversi nelle immense sale illuminate da maestosi lampadari e, ovviamente, per potere indossare preziosissimi e costosissimi gioielli. Diversamente, gli oggetti di Alta gioielleria continueranno a rimanere nelle casseforti e, difficilmente, si sarà motivo di acquistarne altri.

Con riguardo ai modelli, proprio in funzione di questi ambienti che tornano agli antichi splendori, ritengo che le grandi Maison, riproporranno linee sempre più classiche. Le corone avranno, nuovamente, il loro spazio: sarà solo la padrona di casa a poterla indossare. Le altre signore, al massimo, porteranno un’acconciatura gemmata che, come sosteneva Apuleio, simboleggia onore, prestigio sociale ed eleganza. Le ragazze, ma non oltre i ventuno anni, all’avambraccio avranno un’armilla, magari serpentiforme, come quelle, dense di fascino, risalenti al III secolo a.C., oggi esposte al Louvre di Parigi. Il padrone di casa, pur non avendo l’ardire di indossare, come la sua signora, una corona, porterà un collare d’oro, con il simbolo del proprio casato o, in assenza di origini nobiliari, quello che, strumentalmente, avrà assegnato alla propria discendenza. Per gli invitati, anche l’appartenenza ad un ordine cavalleresco, diventerà l’occasione per comunicare, oltre che i propri legami sociali, il proprio status economico e l’irrefrenabile istinto ad apparire; quale migliore occasione, quindi, per mostrare ori e pietre preziose.

Si riprenderà, poi, l'usanza di apporre sugli inviti, il sigillo con ceralacca. Quest’ultimo, rigorosamente di platino e rubini, sarà portato al taschino, essenzialmente, per distinguersi come cittadini d’alto rango. Anche le medaglie avranno un ruolo importante in questo scenario di feste, di balli e di lustrini. Un tempo decorazioni cavalleresche, richiamo a stirpi granducali, un po’ come i sigilli, porteranno il segno della propria immagine tra quanti, con ammirazione, ne scruteranno più i tratti preziosi che i richiami d’origine.

Al di là di queste mie previsioni che, ovviamente, altro non sono che l’occasione per parlare di oggetti meravigliosi, un tempo insostituibili portatori di luce e di calore, durante serate indimenticabili, voglio rimarcare la mia idea sul futuro dell’Alta gioielleria. Ritengo che per essa non ci sarà più spazio, se i preziosissimi oggetti che ne fanno parte, non potranno essere mostrati in un adeguato palcoscenico; ogni tentativo di farne a meno, avrà il solo effetto di spegnere il piacere per il buon gusto. Il lusso che ad essa fa riferimento, a quel punto, inizierà ad essere sarà considerato, come un inutile eccesso.

Non è pensabile, in conclusione, che buona parte dell’intera produzione mondiale dell’Alta gioielleria, possa per la più gran parte, essere assorbita dai mercati asiatici e che essa abbia ragione di esistere, in funzione della disponibilità di sceicchi o di mandarini, nel tenere aperte le loro principesche residenze. Anche lì ci sono segnali di rallentamento sia economici che finanziari; nell’arco di qualche anno, non sarà più possibile non tenere conto di queste inarrestabili difficoltà.

Le grandi Maison hanno poco tempo, in definitiva, per svolgere un importante compito: più che comunicare lusso fine a se stesso e riprodurre situazioni emozionali fuori da ogni realtà, dovranno prendersi la responsabilità di dichiarare che, non ci può essere Alta gioielleria senza un Grande palcoscenico e che quest’ultimo deve, necessariamente, armonizzarsi con l’Infinito teatro della vita.

Salvatore De Pascale

HAIES S.r.l. - Sede legale: Viale San Josemaria Escrivà n. 62 - 81100 Caserta – Codice Fiscale, Partita I.V.A. e Numero di Iscrizione nella Sezione Ordinaria del Registro delle Imprese di Caserta: 03424760613 - R.E.A.: N. 242972 - Capitale Sociale € 50.000,00 interamente versato - Società autorizzata alla vendita di beni preziosi dalla Questura di Caserta. All intellectual property rights are reserved.