Le poltrone non sono tutte uguali e neppure chi le acquista. Sembra un’affermazione ovvia, ma se ci soffermiamo su questo principio, scopriremo che esso è il risultato di dinamiche che si collegano e si contrappongono, in maniera abbastanza complessa. Il designer sa bene che un oggetto d’arredamento, non è acquistato unicamente perché risulta oggettivamente bello, ma anche per il suo contenuto simbolico; chi decide di collocarlo nel proprio ambiente, deve trovarlo conforme al proprio status sociale ed economico, sia esso reale o desiderato. Non solo la forma, ma anche la tipologia dei materiali, oltre che l’accostamento dei colori e la proposta dei tessuti, devono essere in grado di rispondere a questa esigenza; non ha minore importanza, la caratteristica che l’oggetto provenga da una lavorazione industriale o che sia di fattura artigianale. Ulteriore aspetto che, sicuramente, può soddisfare le attese di un potenziale cliente, è rappresentato dall’esclusività del prodotto, che si sostanzia nel limite ridotto degli esemplari in commercio o, quantomeno, nel posizionamento in pochi punti vendita.
Provo, ora, ad analizzare questi valori, partendo dalla forma. Una linea che richiami motivi classici, quasi barocca, sarà ideale per chi ritiene di avere uno status “nobile”, dove questo termine deve essere inteso, sia come appartenenza ad un determinato ceto sociale, sia come qualificazione dell’animo umano. L’ho accennato prima: non ha importanza solo ciò che si è, ma anche quello che si vorrebbe essere; quindi chi si appresta allo studio dell’argomento poltrone design e da esso ne ricava le informazioni necessarie per poter realizzare un oggetto d’arredamento che, in ultimo, si venda “anche bene”, dovrà rassegnarsi ad immaginare una platea “mista”. E con questo, le cose si complicano considerevolmente, tanto che solo attraverso i risultati di mercato a medio termine, si può capire se si è realizzato un prodotto destinato a fare tendenza da subito o se, occorre attendere che i gusti di questa stessa platea, si muovano nella direzione voluta.
Ci sono due materiali che, in particolare, creano un vero e proprio spartiacque, tra chi preferisce il moderno e chi, invece, si lascia maggiormente attrarre dalle forme del passato: il legno e l’acciaio. Il legno crea un’atmosfera calda ed accogliente, che non soffre il limite imposto da un contenimento di volumi, anche se un suo eccessivo impiego, può rilasciare un’immagine pomposa che non giova al design. L’acciaio, invece, per la sua vocazione a rendere linee minimaliste, ben si presta all’inserimento in contesti moderni ma, anche con esso, è necessario non esagerare; troppo metallo genera “freddezza” e la freddezza, si sa, non va affatto d’accordo con l’idea di “casa”. Anche l’equazione pelle uguale eleganza ed la diffusa convinzione che fibra, sia sinonimo di praticità, hanno un’evidente importanza nella comunicazione sia tattile che visiva; così chi cerca un mezzo per soddisfare il proprio ego, quand’esso sia orientato a ciò che comunemente viene percepito, come indice di superiorità, troverà validi alleati nella morbidezza e nella raffinatezza della pelle; chi, invece, intende mantenere un approccio più misurato, ma non per questo riconducibile ad un gusto che dichiari minori pretese, preferirà un tessuto in cotone, con motivi geometrici e colori vivaci. Elementi e variabili, tutti questi, di una certa complessità, che lasciano agli addetti ai lavori poco spazio all’improvvisazione, dove gli aspetti psicologici e di valutazione sensoriale, possono portano al successo o al fallimento del progetto poltrone design.
Se forme, materiali, tessuti e colori, influenzano fortemente le scelte degli acquirenti, le tecniche di lavorazione, che possono essere riconducibili a produzione industriali o artigianali, rappresentano, a mio parere, un vero e proprio ago della bilancia. Mentre con la produzione in serie, si garantisce l’accesso ai prodotti di design a tantissimi appassionati, con quella che proviene dai laboratori artigianali, si riescono ad esaudire pochissime richieste. Certo, un prodotto industriale avrà il vantaggio di essere quasi sempre perfetto, senza alcuna sbavatura rispetto alle intenzioni dei progettisti, ma ogni esemplare sarà pur sempre la replica di quello precedente. È un modo per consegnare un’illusione a chiunque ne faccia richiesta, il prezzo dell’omogeneità che volentieri si paga, pur di uniformarsi alla moda del momento. Diversamente, una poltrona di fattura artigianale, a cui non appartengono i grandi numeri, può essere solo realizzata per pochi fortunati. Con essa, si rompono tutti gli schemi legati a strategie di mercato o ipotesi di elevati guadagni; resta, molto spesso, la soddisfazione del designer che vede ciò che ha immaginato, tradotto in un’opera concreta e quella dell’artigiano, che solo grazie alla sua manualità, può realizzare esemplari curati nei minimi dettagli e dove la presenza di piccole, ma inevitabili imperfezioni, sono riconosciute come pregio e non come un difetto. Sia che scaturisca da una scelta obbligata o che sia la conseguenza di un’accurata pianificazione del progetto poltrone design, l’esclusività che si viene a determinare, ha un fascino veramente particolare. Chiunque è conquistato da un’edizione limitata; sapere che si fa parte di una cerchia ristretta, che possiede in esclusiva un oggetto d’arredamento, mette in moto dei meccanismi psicologici, che aiutano a liberarsi dell’idea che “tutti possono avere tutto”. Serve, insomma, come segno distintivo, rispetto all’appiattimento delle possibilità economiche, che si crea tra persone che hanno lo stesso, elevato, potere d’acquisto. Lo accennavo prima: un’edizione limitata può anche essere una scelta, operata in un contesto industriale, solo che le ricadute sul mercato di riferimento, in alcuni casi, possono avere delle conseguenze non desiderate; ma, procediamo con ordine. È necessario, prima di ogni cosa, operare una differenza tra Grandi Griffe e vere e proprie Industrie d’Arredamento; mentre le prime, affidano ai laboratori artigianali di medie dimensioni le loro produzioni limitate, riservandosi il compito di sovraintendere alle fasi di lavorazione e di apporvi il proprio marchio, le altre devono confrontarsi su questioni di più ampia portata, sia di carattere tecnico che di natura gestionale. Dipende dalla versatilità delle linee di produzione: se esse prevedono un intervento umano abbastanza significativo, è ipotizzabile la fabbricazione di pochi pezzi su cui concentrare ogni possibile attenzione; diversamente, in presenza di una vera e propria catena di montaggio, non ritengo possibile operare in questo modo. Inoltre, sono convinto che chi desidera un prodotto in edizione limitata, non gradisca neppure che esso possa essere il frutto di un processo industriale. Vedrebbe, in tal caso, allontanarsi quella magia, che solo l’immagine di un uomo intento a manipolare la materia può regalargli; agli antipodi, quindi, di un processo industriale, dove la figura di robot non potrà mai creare alcuna emozione.
In ragione di quanto fino ad ora detto, è possibile concludere che non esiste il concetto di “poltrona ideale”; anzi è bene considerare, che anche all’interno delle possibili suddivisioni che ho provato ad effettuare, possono esserci delle eccezioni. Ciò che “resta”, in definitiva, a chi intende portare avanti un progetto di poltrone design, è il tentativo di cambiare, immaginando altre forme che riflettano nuovi bisogni, pur dovendo necessariamente partire da modelli già realizzati, posto che come diceva il poeta latino Lucrezio (96 a.C. - 55 a.C. circa) “nulla verrà dal nulla”. E, a questa esistenza, che occorre tenere presente, appartengono diverse creazioni dei primi anni cinquanta del secolo scorso, che hanno fatto la storia del design, tutt’oggi esposte alla mostra permanente del Museo delle Arti Moderne di New York. Come non citare la famosa “Lounge Chair” di Charles Eames, composta da una poltrona e da un poggiapiedi in legno multistrato curvato, entrambi poggiati su di una struttura in metallo. La Lounge Chair, fu realizzata prima come personale regalo per un amico regista dello stesso Eames, poi, in considerazione del grande successo, fu prodotta su scala industriale; l’imbottitura in pelle, insieme alla generosa seduta e all’ampio schienale, ha sempre trasmesso un’idea di comfort piuttosto immediata. Simbolo del design italiano e della rivisitazione di un modello sicuramente più popolare come la “sdraio”, la poltrona “P40” di Osvaldo Borsani, ha lo schienale regolabile in altezza ed i braccioli autoregolanti; la struttura è in metallo con rivestimento in fibra o in pelle; come diceva Orio Vergani, la P40 “per uno scrittore è la culla delle buone idee”. Marco Zanuso, è il primo designer ad utilizzare nella sua “Poltrona Lady”, dei pannelli rinforzati in gommapiuma, in coerenza con la personale e continua attività di “trasferimento” delle tecnologie. La forma avvolgente della struttura, rivestita in fibra, e che poggia su gambe sottili in acciaio, conferisce alla Poltrona Lady, un certo insieme di leggerezza. Ultimo, ma doveroso riferimento, va a “Le Bambole”, la poltrona di Mario Bellini, rivestita in fibra o in pelle, dove non ci sono elementi rigidi di sostegno, tanto da far sparire i tradizionali braccioli e da eliminare lo scheletro; la forza innovativa del modello, ma anche la campagna pubblicitaria ideata da Oliviero Toscani, con le foto della modella Dona Jordan seminuda, hanno lasciato una traccia indelebile nel panorama poltrone design.
Salvatore De Pascale